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      <title><![CDATA[pizza, nani e ballerine]]></title>
      <description><![CDATA[<IMG alt="" src="http://www.ilcannocchiale.it/blogs/bloggerarchimg/labandadelbuko/gattusissimo.jpg" border=0><BR>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>«Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l'unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro».<BR>(Pier Paolo Pasolini)</FONT></SPAN><SPAN style="FONT-FAMILY: 'Courier New'"><?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" /><o:p></o:p></SPAN></P>]]></description>
      <!--<author>labandadelbuko</author>!-->
      <category domain="http://labandadelbuko.ilcannocchiale.it/?id_blogrub=7243"><![CDATA[Diario]]>
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      <pubDate>Sat, 08 Jul 2006 09:35:32 GMT</pubDate>
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      <title><![CDATA[I barbari (12) - Alessandro Baricco ]]></title>
      <description><![CDATA[<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN class=text><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Più o meno volevo dire questo: i barbari non distruggono la cittadella della qualità letteraria (il rosso dell'uovo, l'abbiamo chiamato), ma è indubbio che l'abbiano contagiata. Qualcosa della loro idea di libro è arrivata fin lì. Mi ha aiutato a capirlo il fatto di esser cascato, tempo fa e per caso, su una pagina di Goffredo Parise. Sentite qua. E' un articolo su Guido Piovene. E inizia così: <I>(Piovene) è il terzo grande amico della last generation. Il primo fu Giovanni Comisso, poi Gadda. Ho detto "last generation" perché, in realtà, la generazione letteraria a cui Guido Piovene appartenne, insieme a Comisso e Gadda, e a cui appartengono oggi Montale e Moravia, è davvero l'ultima. La nostra, quella mia, di Pasolini e di Calvino è qualcosa di ibrido, dopo l'ultima: perché di quel veleno (la letteratura, la poesia) fummo nutriti nella giovinezza credendo in una sua lunga e affascinante vita.</I> Era una cosa interessante. Sembrava spostare i termini della questione molto indietro: Parise scriveva cose del genere nel 1974!. E cos'era questa storia per cui già Calvino e Pasolini erano post? Ecco cosa diceva poco più in là: <I>(La chiamo) ultima generazione perché ebbe tempo di goderla quella bellezza stilistica, e di vedere e vivere i frutti creativi e distruttivi di quell'animo, vita, guerre e arte, che appartengono oggi alla programmazione dei mercati industriale e politico.</I> Ecco uno che mi dice che tutto è iniziato trent'anni fa, quando i megastore non esistevano, e nemmeno i libri dei comici. A un certo punto, dice, si è rotto qualcosa. Mi sarebbe piaciuto farmi dire cosa, esattamente. Ma l'articolo se ne andava poi per conto suo. Non prima però di aver appuntato, quasi di passaggio, una frasetta che mi è rimasta nella memoria: <I>Piovene, come Montale e Moravia e al contrario di noi, aveva vissuto un certo numero di anni in cui la parola scritta fu espressione molto prima di comunicazione.</I> Espressione molto prima di comunicazione. Ecco il punto. L'incrinatura. L'inizio della fine. Sono parole vaghe (espressione, comunicazione), ma io ci ho trovato il sapore dell'intuizione preziosa. Magari l'ho capita male, ma per me indicava molto bene la direzione di un movimento. Non lo spiegava, ma ne identificava molto bene la rotta: una rotta orizzontale invece che verticale. D'improvviso la parola scritta spostava il suo baricentro dalla voce che la pronunciava all'orecchio che l'ascoltava. Per così dire, risaliva in superficie, e andava a cercarsi il transito del mondo: a costo di perdere, nel commiato dalle sue radici, tutto il proprio valore.</FONT></SPAN></SPAN><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><BR><FONT color=#000000><SPAN class=text>Come intuì Parise, non si trattava di una semplice variazione allo statuto di un'arte: ne era la fine. Last generation. Quel che è venuto dopo, è già contagio barbaro, seppur molto prudente, graduale, riformista. La percepiamo come un'apocalisse, perché in effetti scalza i fondamenti della civiltà della parola scritta, e non le lascia prospettive di sopravvivenza. Ma in realtà, senza dare troppo nell'occhio, non distrugge solo ma insegue un'altra idea di civiltà e di qualità letteraria. E' un'idea che abbiamo visto spuntare nella spazzatura che riempie le classifiche di vendita, ma che qui vediamo all'opera in un contesto più alto: addirittura nel rosso dell'uovo. Viene dalla frasetta di Parise, ma si spinge assai più in là. Dice questo: privilegiare la comunicazione non vuol dire scrivere cose banali in modo più semplice per farsi capire: significa diventare tasselli di esperienze più ampie, che non nascono, né muoiono, nella lettura. La qualità di un libro, per i barbari, sta nella quantità di energia che quel libro è in grado di ricevere dalle altre narrazioni, e poi di riversare in altre narrazioni. Se in un libro passano quantità di mondo, quello è un libro da leggere: se anche tutto il mondo fosse là dentro, ma immobile, privo di comunicazione con l'esterno, quello è un libro inutile. So che fa impressione, ma vi chiedo di assumere che questo sia, bene o male, il loro principio. E di capirne le conseguenze.</SPAN><BR><SPAN class=text>Lo voglio dire senza mezzi termini: nessun libro può esser una cosa del genere se non adotta la lingua del mondo. Se non si allinea alla logica, alle convenzioni, ai principi della lingua più forte prodotta dal mondo. Se non è un libro <I>le cui istruzioni per l'uso sono date in luoghi che NON sono solamente libri.</I> Dire che luoghi sono, non è facile: ma la lingua del mondo, oggi, indubitatamente, si forma in televisione, al cinema, nella pubblicità, nella musica leggera, forse nel giornalismo. E' una specie di lingua dell'impero, una specie di latino, parlato da tutto l'occidente. E' fatta da un lessico, da una certa idea di ritmo, da una collezione di sequenze emotive standard, da alcuni tabù, da una precisa idea di velocità, da una geografia di caratteri. I barbari vanno verso i libri, e ci vanno volentieri, ma per loro hanno valore solo quelli scritti in quella lingua: perché così non sono libri, ma segmenti di una sequenza più ampia, scritta nei caratteri dell'impero, che magari è partita dal cinema, passata da una canzonetta, approdata in tivù, e dilagata in Internet. Il libro, di per sé, non è un valore: il valore è la sequenza.</SPAN><BR><SPAN class=text>A un livello minimo, come abbiamo visto, tutto ciò produce il lettore che, per prolungare <I>Porta a Porta</I> compra i libri di Vespa, o per far proseguire <I>Narnia,</I> compra il testo da cui è tratto. Ma a livello un po' più raffinato, produce, ad esempio, i lettori dei libri di genere, thriller su tutti: perché i generi trovano fondamento spesso fuori dalla tradizione letteraria: puoi anche non aver mai letto un libro, ma le regole del giallo le conosci. Sono scritti nella lingua del mondo. Sono scritti in latino. Per essere più precisi, il loro DNA è scritto in un codice universale, in latino: poi i loro tratti somatici possono anche essere particolari e bizzarri: anzi, questo costituisce una ragione d'interesse. Assicurata la porta d'ingresso di una lingua universale, il barbaro può poi spingersi anche molto lontano sul terreno della variante o della raffinatezza. Pensate a Camilleri: vi sembra, la sua, una lingua globalizzata, standard, mondiale? Certamente no. Eppure molti barbari non hanno difficoltà ad amarla: perché, a monte, quelli di Camilleri sono libri scritti in latino: lo sono talmente che quando il barbaro, secondo il suo tipico istinto, li immette in una sequenza più ampia e trasversale, traducendoli in linguaggio televisivo, quei libri non fanno resistenza, anzi sono già bell'e che tradotti. Eppure la lingua di Camilleri è favolosa, raffinata, letteraria, se volete anche un po' difficile: ma non è quello il punto. Camilleri è più difficile tradurlo in francese che tradurlo in linguaggio televisivo: questo è il punto. In libri come i suoi, penso, si incontrano il portato della vecchia e nobile civiltà letteraria e la scossa dell'ideologia dei barbari: sono animali mutanti, e in questo descrivono bene il contagio a cui il rosso dell'uovo è andato incontro.</SPAN><BR><SPAN class=text>E' spesso stupido dare una data precisa alle rivoluzioni, ma se penso al piccolo orticello della letteratura italiana, allora penso che il primo libro di qualità a intuire questa svolta, e a cavalcarla, sia stato <I>Il Nome della Rosa</I>, di Umberto Eco (1980, bestseller planetario). Probabilmente, lì, la letteratura italiana, nel suo antico senso di civiltà della parola scritta e dell'espressione, è finita. E qualcosa d'altro, di barbarico, è nato. Non è un caso che a scrivere quel libro sia stato uno che veniva da zone limitrofe, non uno scrittore puro: quel libro era, già di suo, una sequenza, un trasferimento da provincia a provincia. Non sgorgava dal talento di un animale-scrittore, ma dall'intelligenza di un teorico che, guarda caso, aveva prima di altri e meglio di altri studiato le vie di comunicazione trasversali del mondo. Per me è il primo libro scritto bene di cui si possa dire serenamente: le sue istruzioni per l'uso sono integralmente date in luoghi che non sono libri. Può sembrare paradossale, perché poi parlava di Aristotele, di teologia, di storia, ma in realtà è così: se ci pensate bene, potete anche non avere mai letto un libro prima, e <I>Il nome della Rosa</I> vi piacerà lo stesso. E' scritto in una lingua che avete imparato altrove. Dopo quel libro, non c'è più stato rosso d'uovo al riparo da quella malattia.</SPAN><BR><SPAN class=text>Voilà. E' stata un po' lunga, ma la visita al villaggio saccheggiato dei libri è finita. Cosa vorrei che imparaste da questo viaggetto? Due cose. La prima: i grandi mercanti non creano bisogni: li soddisfano. Se ci sono bisogni nuovi, nascono dal fatto che è nuova la gente che ha avuto accesso al riservato campo del desiderare. La seconda: anche in quel villaggio i barbari sacrificano il quartiere più alto, nobile e bello, in favore di una dinamizzazione del senso: svuotano il tabernacolo, purché ci passi dell'aria. Hanno una buona ragione per farlo: è l'aria che loro respirano.</SPAN><BR><SPAN class=text>Prima il vino, poi il calcio, infine i libri. Se volevamo capire come combattono i barbari, ormai abbiamo alcuni strumenti per farlo. Finisce la prima parte di questo libro <I>(Perdere l'anima)</I>, e inzia la seconda, quella che va dritta allo scopo: fare il ritratto al mutante, e la foto al barbaro. Titolo: <I>Respirare con le branchie di Google. </I>Capirete presto. Dieci giorni di vacanza, per me e per voi, e poi si parte.</SPAN><?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" /><o:p></o:p></FONT></SPAN></P>]]></description>
      <!--<author>labandadelbuko</author>!-->
      <category domain="http://labandadelbuko.ilcannocchiale.it/?id_blogrub=7246"><![CDATA[ex libris]]>
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      <pubDate>Fri, 30 Jun 2006 10:55:01 GMT</pubDate>
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      <title><![CDATA[I barbari (11) - Alessandro Baricco ]]></title>
      <description><![CDATA[<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN class=text><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Che idea di qualità hanno imposto i barbari dell'ultima ondata, quelli che sono venuti a invadere i villaggi del libro negli ultimi dieci anni, facendone esplodere il fatturato? Cosa diavolo vogliono leggere? Cos'è, per loro, un libro? E che nesso ha quello che hanno in testa con ciò che noi ancora riconosciamo come editoria di qualità? Le domande cui eravamo arrivati erano queste. C'è una risposta?</FONT></SPAN></SPAN><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><BR><FONT color=#000000><SPAN class=text>Io ci provo. La prima cosa che credo di poter dire è che i barbari non hanno spazzato via la civiltà del libro che hanno trovato: se qualcuno teme un genocidio più o meno consapevole di quella tradizione, inquadra probabilmente un rischio possibile, ma non una realtà già in atto. Mi sono limitato a chiedere cosa ne è di quella letteratura, ad esempio, che noi vecchi continuiamo a ritenere "di qualità". Il responso di tecnici anche molto scettici sulla piega che il mercato dei libri sta prendendo, è che quella letteratura ha goduto dell'ampliamento del mercato: vende <I>un po' di più,</I> alle volte <I>molto di più,</I> praticamente mai <I>molto di meno.</I> Né i megastore, né il cinismo delle case editrici e della distribuzione sono riusciti a scalzarla. Non mi dilungo, perché questo non è un libro sui libri, ma le cose stanno così. Oggi uno scrittore di qualità come Tabucchi vende di più di quanto potesse fare, oggettivamente, un Fenoglio ai suoi tempi. Quello che ci induce a pensare il contrario è la prospettiva, il gioco delle proporzioni: mentre il Tabucchi della situazione ha aumentato discretamente le sue vendite, tutti gli altri libri, quelli che a noi vecchi non sembrano di qualità, hanno aumentato il loro campo d'influenza enormemente. Così, il mercato dei libri finisce per sembrarci come un enorme uovo al paletto, in cui il rosso, più grande che in passato, è l'editoria di qualità, e il bianco, dilagato a proporzioni enormi, è tutto il resto. In questo senso, volendo capire i barbari, quel che bisognerebbe fare è capire quel bianco: è il campo in cui si sono assestati, senza troppo dar fastidio al rosso. Vogliamo provare a capire di cos'è fatto?</SPAN><BR><SPAN class=text>Io una mia idea ce l'ho. Il bianco è fatto di libri che non sono libri. La maggior parte di quelli che oggi comprano libri, non sono lettori. Detta così sembra la solita litania del reazionario che scuote la testa e disapprova (in pratica è la traduzione dello slogan: la gente non legge più). Ma vi prego di guardare la cosa con intelligenza: lì dentro è nascosta una delle mosse che costruiscono la genialità dei barbari, la loro bizzarra idea di <I>qualità.</I> Provo a spiegare partendo dall'indizio più evidente e volgare: se guardate una classifica di vendite, ci troverete un numero incredibile di libri che non esisterebbero se non partissero, per così dire, da un punto esterno al mondo dei libri: sono libri da cui hanno fatto un film, romanzi scritti da personaggi televisivi, racconti messi giù da gente in qualche modo famosa; raccontano storie che già sono state raccontate altrove, o spiegano fatti che sono già accaduti in un altro momento e in altra forma. Naturalmente la cosa infastidisce e dà quella sensazione diffusa di spazzatura imperante: ma è anche vero che lì, nella sua forma più volgare, crepita un principio che, invece, volgare non è: l'idea che il valore del libro stia nel suo offrirsi come tessera di un'esperienza più ampia: come segmento di una sequenza che è partita altrove e che, magari, finirà altrove. L'ipotesi che possiamo imparare è questa: i barbari usano il libro per completare sequenze di senso che sono generate altrove. Quel che rifiutano, che non li interessa, è il libro che si rifà, completamente, alla grammatica, alla storia, al gusto della civiltà del libro: questo lo ritengono povero di senso. Non è inseribile in nessuna sequenza trasversale, e quindi gli deve parere terribilmente asfittico. O quanto meno: non è quello il gioco che sanno fare.</SPAN><BR><SPAN class=text>Per capire bene dovete pensare, che so, a Faulkner. Per scendere con Faulkner in un suo libro, di cosa si ha bisogno? Di aver letto molti altri libri. In un certo senso bisogna essere padroni dell'intera storia letteraria: bisogna essere padroni della lingua letteraria, abituati al tempo anomalo della lettura, allineati a un certo gusto e a una certa idea di bellezza che nel tempo sono stati costruiti all'interno della tradizione letteraria. C'è qualcosa di esterno alla civiltà dei libri che vi è necessario per fare quel viaggio? Quasi niente. Se non esistesse nient'altro che i libri, i libri di Faulkner sarebbero in fondo comprensibilissimi. Lì, il barbaro si ferma. Che senso ha, si deve chiedere, fare una fatica porca per imparare una lingua minore, quando c'è tutto il mondo da scoprire, ed è un mondo che parla una lingua che so?</SPAN><BR><SPAN class=text>Volete una regoletta che riassuma tutto questo? Eccola: <I>i barbari tendono a leggere solo i libri le cui istruzioni per l'uso sono date in posti che NON sono libri.</I></SPAN></FONT><I><BR></I><FONT color=#000000><SPAN class=text>Quando tutto si risolve nel leggere i libri dei cantautori al posto di Flaubert, o i romanzi dello scrittore che ti è sembrato simpatico o sexy in televisione, la cosa suona piuttosto deprimente. Ma, ripeto, quello è l'aspetto più volgare, semplice, del fenomeno. Che ha anche attuazioni raffinate. Per me resta, ad esempio, formidabile il caso dei libri venduti insieme ai quotidiani. E' un fenomeno che sicuramente non vi è sfuggito. Forse però non avete idea delle dimensioni della cosa. Eccole qua: da quando a qualcuno è venuta l'idea di vendere libri scelti, a poco costo, insieme ai quotidiani, gli italiani ne hanno comprati, solo nei primi due anni, più di 80 milioni di copie. Credetemi, sono cifre senza senso. E sapete una cosa curiosa? A detta degli esperti, una simile alluvione di passione letteraria, non ha spostato di un millimetro le vendite tradizionali. Si poteva pensare che quegli stessi libri non avrebbero più venduto per anni: non è successo. Si poteva pensare che avrebbero venduto di più: non è successo. Fantastico, no? C'è qualcuno che ci capisce qualcosa?</SPAN><BR><SPAN class=text>Spiegazioni ce ne possono essere tante. Ma per quel che importa a noi, in questo libro, la cosa illuminante è una: quel modo di vendere i libri dava l'impressione che quei libri fossero un segmento di una sequenza più ampia, che la gente usava correntemente, con grande fiducia e soddisfazione: erano un prolungamento del mondo di <I>Repubblica, o del Corriere della sera, o della Gazzetta dello sport.</I> La promessa, sottintesa, era che leggere Flaubert sarebbe stato un gesto perfettamente collocabile in sequenza col ricevere le notizie, avere quei gusti culturali, condividere una certa passione politica o praticare un medesimo hobby. La promessa, ancor più sottintesa, era che in qualche modo chi leggeva quel giornale aveva le istruzioni d'uso per poter far funzionare quegli strani oggetti-libro. In realtà non era così, perché poi Faulkner resta Faulkner, anche se ve lo mette in mano, con nonchalance, Eugenio Scalfari: per cui probabilmente li hanno comprati ma poi non li hanno letti: ma è bastato che qualcuno schiudesse la possibilità concettuale che Faulkner fosse collocabile in sequenza con altre narrazioni, per far sì che i barbari (o il tratto barbaro che è in noi, anche nei più obsoleti passatisti) rispondessero con istintivo entusiasmo. Risultato: hanno comprato Flaubert persone che mai e poi mai l'avrebbero comprato; e l'hanno ricomprato persone che ne possedevano già due copie. Tutti figli della stessa illusione: che, d'improvviso, l'autoriferimento della letteratura a se stessa si fosse magicamente spezzato. (E poi era simbolicamente così forte il fatto che li si potesse comprare in modo tanto <I>semplice.</I> "Mi dia anche questo, va'." Pochi euro. E via, con Faulkner dentro il giornale. Era <I>veloce.</I> Non sottovalutate questo: era <I>veloce:</I> era un gesto collocabile in una sequenza veloce di altri gesti. Non era andare in libreria, posteggiare, parlare un po' con il libraio e poi scegliere, riprendere la macchina e finalmente poter far altro. Era veloce. Eppure in mano avevi Faulkner, non Dan Brown. La intuite, la micidiale illusione?)</SPAN><BR><SPAN class=text>Riassumo: se uno va a vedere il bianco dell'uovo trova molti atteggiamenti semplicistici, ma anche l'affacciarsi di un'idea, strana e non idiota: il libro come nodo passante di sequenze originate altrove e destinate altrove. Una specie di trasmettitore nervoso, che fa transitare senso da zone limitrofe, collaborando a costruire sequenze di esperienza trasversali. Quest'idea è talmente lontana dall'essere idiota che ha iniziato perfino a modificare il rosso dell'uovo, a contagiarlo. E' una cosa difficile da spiegare, ma proverò a farlo. </SPAN></FONT></SPAN><FONT color=#000000><SPAN class=text><SPAN lang=EN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'; mso-ansi-language: EN">Domani.</SPAN></SPAN><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" /><o:p></o:p></SPAN></FONT></P>]]></description>
      <!--<author>labandadelbuko</author>!-->
      <category domain="http://labandadelbuko.ilcannocchiale.it/?id_blogrub=7246"><![CDATA[ex libris]]>
	  </category>
      <pubDate>Thu, 29 Jun 2006 07:36:04 GMT</pubDate>
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      <title><![CDATA[I barbari (10) - Alessandro Baricco ]]></title>
      <description><![CDATA[<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN class=text><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Mi fa un certo effetto, perché con questa idea di andare a vedere i villaggi saccheggiati dai barbari per capire come i barbari combattono e vincono, sono arrivato fin qui, e qui è il villaggio dei libri. E quel villaggio è il mio. Vediamo se mi riesce di parlarne dimenticandomi che ci son cresciuto.</FONT></SPAN></SPAN><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><BR><FONT color=#000000><SPAN class=text>L'idea che il mondo dei libri sia attualmente sotto assedio da parte dei barbari è oggi tanto diffusa da essere diventata quasi un luogo comune. Nella sua vulgata, direi che poggia su due pilastri: 1) la gente non legge più; 2) chi fa i libri pensa ormai solo al profitto, e l'ottiene. Detta così, è paradossale: è chiaro che se fosse vera la prima, non esisterebbe la seconda. Quindi c'è qualcosa da capire. Nell'economia di questo libro la cosa è utile perché costringe a guardare dentro alla generica espressione "commercializzazione": se, come abbiamo visto, un'espansione delle vendite e un chiaro primato della logica mercantile sono tipiche delle invasioni barbariche, questa è una buona occasione per capire meglio in cosa consista, davvero, questa sospetta vocazione al profitto. E quali possano essere le sue conseguenze.</SPAN><BR><SPAN class=text>Partiamo da un dato certo: in effetti, da decenni l'industria editoriale dell'occidente aumenta in modo costante e significativo il proprio volume d'affari. Non amo i numeri, ma, per capirsi, negli Stati Uniti il numero dei libri prodotti è aumentato, solo negli ultimi dieci anni, del 60%. In Italia, il fatturato dell'industria editoriale, negli ultimi vent'anni, è quadruplicato (bisogna tener conto che il passaggio all'Euro ha fatto lievitare molto gli incassi, ma il dato resta abbastanza impressionante). Fine dei numeri, e riassumo: quelli vendono che è una meraviglia.</SPAN><BR><SPAN class=text>Risultati del genere non si ottengono per caso. Sono il risultato di una mutazione genetica. Quelli che l'avversano, l'hanno descritta così: dove c'erano aziende quasi famigliari in cui la passione si coniugava con profitti modesti, adesso ci sono enormi gruppi editoriali che mirano a profitti da industria alimentare (diciamo sul 15%?); dove c'era la libreria in cui il commesso sapeva e leggeva, adesso ci sono megastore a più piani dove trovi anche cd, film e computer; dove c'era l'editor che lavorava inseguendo bellezza e talento, adesso c'è un uomo marketing che con un occhio guarda all'autore, e con due guarda al mercato; dove c'era una distribuzione che funzionava da nastro trasportatore quasi neutrale, adesso c'è una strettoia dove passano solo i prodotti più adatti al mercato; dove c'erano pagine di recensioni, adesso ci sono classifiche e interviste; dove c'era la sobria comunicazione di un lavoro fatto, adesso c'è una pubblicità strabordante e aggressiva. Sommate tutto, e vi fate l'idea di un sistema che, in ogni suo passaggio, ha scelto di privilegiare l'aspetto commerciale rispetto a qualunque altro.</SPAN><?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" /><o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN class=text><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Per quanto ne so io, un quadro del genere descrive abbastanza fedelmente lo stato delle cose. Ci sono molte eccezioni e bisognerebbe fare molti distinguo, ma in effetti la tendenza sembra quella. Il punto che mi interessa, però, è: che tipo di mondo è stato generato da una mutazione del genere? L'equazione tra commercializzazione spinta e distruzione è reale? L'idea che si tratti di un genocidio in cui stiamo azzerando una civiltà preziosissima è un'idea intelligente, o falsamente intelligente? Non è che mi importi particolarmente del destino dei libri, è che lì si gioca una partita interessante: è vero che l'enfasi mercantile uccide il tratto più nobile e alto dei gesti a cui si applica? Stanno ammazzando Flaubert così come hanno messo in panchina Baggio e tolto dalle nostre tavole il Barbaresco? E se sì, perché diavolo lo stiamo facendo? Avidità pura e semplice?</FONT></SPAN></SPAN><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><BR><FONT color=#000000><SPAN class=text>Vorrei che provaste a pensarla così: l'enfasi commerciale, prima di essere una causa, è un effetto: è il quasi automatico defluire di un gesto in un campo improvvisamente spalancato. Prima c'è uno sfondamento del terreno di gioco, poi c'è la conquista di quel nuovo spazio: e il business è il motore di quella conquista. Provo a spiegarmi con i libri. Come mi ha ricordato un amico a cui devo spesso una parte dei miei pensieri, fino alla metà del settecento quelli che leggevano libri erano, sostanzialmente, quelli che li scrivevano: o magari che non li scrivevano ma avrebbero potuto farlo, o che erano fratelli di uno che li scriveva, insomma erano nei paraggi. Era una piccola comunità circoscritta, i cui confini erano determinati dal possesso dell'istruzione e dalla libertà dall'urgenza di un lavoro redditizio. Con l'avvento della borghesia si crearono le condizioni oggettive perché molta più gente avesse le capacità, i soldi e il tempo per leggere: erano lì, ed erano a disposizione. Il gesto con cui li si raggiunse, inventando l'idea (che doveva parere assurda) di un pubblico di lettori che non scrivevano libri, oggi lo chiamiamo: romanzo. Fu un gesto geniale, e lo fu, simultaneamente, da un punto di vista creativo e da un punto di vista di marketing. Il romanzo è il prodotto che ha reso reale un pubblico che era solo potenziale, e che esisteva solo sotto la pelle del mondo. Il fatto che il romanzo abbia prodotto denaro (e tanto) ci appare oggi quasi un corollario trascurabile: ci sembra più significativo il gesto di civiltà che vi riconosciamo: il pervenire a una superiore e formalizzata consapevolezza di sé e a una raffinata idea di bellezza. La distanza storica però non ci deve far perdere la comprensione delle cose reali: il romanzo ottocentesco era pensato per coprire l'intero mercato disponibile, mirava a tutti i lettori possibili, e da Melville a Dumas in effetti li raggiungeva tutti. Se oggi ci sembra un prodotto èlitario, è perché, per quanto spalancato, il campo di gioco di quella editoria rimaneva circoscritto, chiuso dai muri dell'analfabetismo e delle differenze sociali. Ma vorrei essere chiaro: tutto il campo disponibile, il romanzo se lo prese, in una delle operazioni commerciali più grandiose della nostra storia recente. Erano pochi, ma il romanzo se li prese tutti.</SPAN><o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN class=text><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>(Ora, se pensate al sistema settecentesco dei libri, a ogni sua rotella, non fate fatica a immaginare che l'irrompere del romanzo abbia, ai tempi, squassato tutto, imponendo una nuova logica. Facile che quella vecchia famiglia allargata di colti scrittori-lettori abbia guardato con disgusto a una commercio e a una produzione che metteva libri in mano a signore impreparate e garzoni che appena sapevano leggere. E infatti il romanzo borghese, ai suoi albori, fu percepito come una minaccia, e come un oggetto sostanzialmente nocivo (i medici, spesso, lo vietavano): di certo dovette apparire come uno smottamento del tratto nobile del gesto di scrivere e leggere. Facile che lo si attribuisse a un avida volontà di successo e di guadagno. E' un panorama che vi ricorda qualcosa?)</FONT></SPAN></SPAN><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><BR><FONT color=#000000><SPAN class=text>Se risaliamo dal mondo dei libri ad altri limitrofi, vorrei che provaste a pensare almeno per un momento che storicamente non è mai esistita una frattura fra un prodotto di qualità, da una parte, e un prodotto commerciale, dall'altra: tutto ciò che adesso noi ripensiamo come arte alta, al riparo dalla corruzione mercantile, è nato per soddisfare l'intera platea del suo pubblico, coerentemente a una logica commerciale scarsamente frenata da considerazioni artistiche. L'illusione ottica che genera in noi la sensazione di un oggetto sofisticato e èlitario nasce dal fatto che quelle platee sono state, almeno fino agli anni 50 del novecento, molto ristrette, effettivamente èlitarie: ma ciò che le chiudeva al resto del mondo non era tanto una loro scelta selettiva di qualità, quanto la realtà sociale che ne limitava il raggio d'azione alle fasce più forti della popolazione. Mozart componeva per tutto il pubblico d'allora, a costo di andarsi a inseguire i meno ricchi nei teatri di Schikaneder. E Verdi era conosciuto da tutti coloro che potevano entrare in un teatro, o tenere uno strumento in casa: scriveva musica anche per il più ignorante, rozzo e insensibile di loro. Va da sé che all'interno di ogni parabola artistica sono sempre esistiti prodotti più difficili e prodotti più facili: ma è un'oscillazione che dice poco quando il facile è Rossini o Mark Twain. Erano sistemi che anche quando si chinavano sul meno attrezzato dei loro spettatori, conservavano integra la nobiltà del gesto. E quando scivolavano nella faciloneria pura e semplice (tutta l'arte che poi abbiamo dimenticato)macinavano orrori che, com'è dimostrato, non scalfivano minimamente la possibilità di coltivare rigogliose piantagioni di prodotti degnissimi. Ammesso che per avidità commerciale si desse talvolta alla gente il peggio, era un sistema che non ha impedito la nascita di nessun Verdi.</SPAN><BR><SPAN class=text>Se provate a pensarla così ancora per qualche minuto, possiamo ritornare ai libri e cercare di capire. Prendete l'Italia degli anni 50. Erano gli anni in cui al Premio Strega andava gente come Pavese, Calvino, Gadda, Tomasi di Lampedusa, Moravia, Pasolini (ci sarebbe andato anche Fenoglio, ma dovette lasciare il posto a Calvino! Oggi non si hanno più quei problemi lì). Gli editori si chiamavano Garzanti, Einaudi, Bompiani, ed erano cognomi di persone vere! Se dobbiamo pensare a una civiltà che oggi è stata spianata dai barbari, eccola lì. Nella qualità dei libri, nella statura degli addetti ai lavori e perfino nelle modalità del lavoro e della commercializzazione (la piccola libreria, i recensori insigni, i risvolti fatti da Calvino) quegli anni sembrano rappresentare per noi il paradiso perduto. Ma che Italia era quella? Com'era, esattamente il campo in cui giocavano?</SPAN><BR><SPAN class=text>Non è facile rispondere, ma ci provo. Era un'Italia in cui i due terzi della popolazione parlava solo in dialetto. Il 13 % erano analfabeti. Tra quelli che sapevano leggere e scrivere, quasi il 20% non avevano titolo di studio. Era un'Italia appena uscita da una guerra persa, ed era un paese in cui di tempo libero ce n'era poco, e la stessa piccola borghesia emergente non aveva ancora il surplus di reddito con cui finanziare il proprio diletto e una propria formazione culturale. Era un paese in cui la trilogia degli antenati di Calvino, in sette anni, vendeva 30.000 copie. Dico questo per tracciare i bordi del campo: indipendentemente da quello che avrebbero voluto fare, ai tempi quelli che vendevano libri lo potevano fare in un mercato oggettivamente piccolo. Oggi sappiamo che quell'ecosistema piuttosto angusto generò professionalità sublimi, autori geniali e riti nobilissimi. Ma c'è qualcosa che ci autorizza a pensare che tutto ciò sia nato in virtù di una ritrosia a commercializzare quel mondo, privilegiando la qualità delle persone e dei gesti? Credo di no. Ancora una volta, mi sembra piuttosto che loro possedessero tutto il campo possibile, con normale istinto commerciale, e ciò che noi oggi riconosciamo come qualità fosse esattamente l'espressione dei bisogni della ristretta comunità a cui si rivolgevano: perfino uno specchio delle loro abitudini, dei loro riti quotidiani (il libraio, la terza pagina dei giornali, la libreria in salotto...). Tutto il mercato che c'era, loro lo abitavano, e davano a quel mercato esattamente quel che chiedeva, sia nei prodotti, sia nei modi con cui li porgevano.</SPAN><BR><SPAN class=text>Se tendete ad attribuir loro, comunque, una certa nobile ritrosia a forzare il mercato, sfondando i confini noti con prodotti più facili, allora devo dirvi una cosa: in realtà spiavano ogni minimo allargamento dell'orizzonte, sapevano che sarebbe arrivato, e lo stavano aspettando. Dovettero intuire qualcosa alla fine degli anni 50, quando un libro come <I>Il Gattopardo</I> (inviso a buona parte dell'intelligentsia del tempo) arrivò a vendere 400 mila copie in tre anni. Era un segnale. Diceva che c'era un pubblico appena entrato in sala, che ancora era costretto a scegliere, e comprava poco, ma ben presto avrebbe avuto tempo e soldi per leggere. Non si limitarono ad aspettarlo. Gli andarono incontro. E ampliarono la sala. La nascita degli Oscar Mondadori, e quindi del mercato del libro economico, del tascabile, è del 1965. Fu successo immediato: <I>Addio alle armi</I> vendette 210 mila copie in una settimana. Alla fine del primo anno gli Oscar avevano venduto più di otto milioni di copie. Bum. L'Italietta era finita, e il mondo dei libri era improvvisamente diventato un campo apertissimo. Pensate che si siano fermati ai bordi, riflettendo sull'opportunità o meno di andarlo a conquistare? Ci si buttarono e basta. E l'editoria si abituò ad abitare un campo così aperto. Da allora, non si è più fermata: si è lasciata invadere da ogni successiva ondata di nuovo pubblico. Fino a quella, micidiale, degli ultimi vent'anni.</SPAN><BR><SPAN class=text>Quel che voglio dire è che, nonostante le apparenze, contrapporre un'editoria di qualità del passato a un'editoria commerciale del presente è un modo inesatto di porre i termini della questione. In realtà sembrerebbe più plausibile ammettere che l'editoria si è sempre spinta fino ai limiti possibili della commercializzazione, con l'istinto che qualsiasi gesto ha di abitare tutto il terreno disponibile. Quello che possiamo registrare è che, in una certa contingenza storica, e in una certo panorama sociale, un'editoria costretta alla piccolezza da precisi blocchi sociali ha espresso una qualità (di prodotti, di modi) che era l'espressione esatta dei bisogni della microcomunità a cui si rivolgeva. Ma non sceglievano la qualità invece che il mercato: trovavano la qualità nel mercato.</SPAN><BR><SPAN class=text>Tutto ciò inclinerebbe a pensare che, di per sé, la commercializzazione spinta, come effetto dell'istinto a possedere tutto il mercato possibile, non è una causa sufficiente a motivare il massacro della qualità. Non lo è mai stato. Quindi, se continuiamo a percepire un'aria di apocalisse e invasione barbarica, dobbiamo chiederci piuttosto da cosa sia, veramente, generata, vietandoci la facile risposta che è tutta colpa di una cosca di affaranti. In fondo, forse la domanda corretta da porsi, sarebbe questa: che tipo di qualità è generato dal mercato che oggi vediamo all'opera? Che idea di qualità hanno imposto i barbari dell'ultima ondata, che sono venuti a invadere i villaggi del libro negli ultimi dieci anni? Cosa diavolo vogliono leggere? Cos'è, per loro, un libro? E che nesso ha, quello che hanno nella testa, con ciò che noi ancora riconosciamo come editoria di qualità? Nella prossima puntata vedremo se è possibile avvicinarsi a una risposta.</SPAN><o:p></o:p></FONT></SPAN></P>]]></description>
      <!--<author>labandadelbuko</author>!-->
      <category domain="http://labandadelbuko.ilcannocchiale.it/?id_blogrub=7246"><![CDATA[ex libris]]>
	  </category>
      <pubDate>Fri, 23 Jun 2006 07:13:44 GMT</pubDate>
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      <title><![CDATA[Il collezionista - Tomas Saulius Kondrotas]]></title>
      <description><![CDATA[<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000><IMG alt="" src="http://www.ilcannocchiale.it/blogs/bloggerarchimg/labandadelbuko/158795921_f0a11ddbef_b.jpg" border=0><BR><BR>A furia di meravigliarmi del mondo e della gente, a poco a poco mi sono convinto che la nostra compassione per gli altri si fonda su calcoli egoistici. Probabilmente, a parte qualche eccezione, è sempre così. Immaginiamoci questa situazione. Voi vi trovate ai funerali di una persona. L’autunno, gli aster in fiore, la bara, la fossa per la tomba, la gente infreddolita negli abiti neri e un’atmosfera spiacevole. Voi siete in piedi alle spalle degli altri, un po' in disparte, poiché non appartenete alla cerchia dei parenti prossimi del defunto e siete venuti solamente per cortesia, dal momento che una volta l’avevate un po' conosciuto. Dunque avete un’ottima occasione per osservare tutto e valutarlo con imparzialità. Ecco che la bara viene calata nella buca, si suona una triste musica di commiato. E cos’altro sentite voi, a parte quella musica? Il lamento della vedova:<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" /><o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>- Ah, come farò io a vivere senza di lui ?! Mio unico bene, mio carissimo!<o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Eccetera, eccetera. Sentite? IO, MIO... Nessuno, quasi nessuno piange per il fatto che un uomo é morto e che PER LUI é male esser morto. No. Solo ‘IO senza di lui non posso !’, ‘NOI non sopravvivremo a tanta disgrazia!’ e simili. Non vi sembrerà strano dopo di ciò guardare uno che piange accanto al feretro, non sorprenderete nelle sue lacrime solo apprensione per se stesso? Si, solamente questo. <o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Se rovisterete nei vostri sentimenti, forse ne converrete: in fondo siamo tutti molto simili. Perciò vi sarà facile capire, perché non amo gli ammalati. Trovo difficile persino far visita alle persone che mi sono più care quando stanno male, perché mi opprime l’idea di doverle aiutare, forse addirittura curarle e, quel che é peggio, che solo io possa farlo. <o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>All’improvviso, mentre correva la sua sessantesima primavera, s’ammalò una persona a me cara, vissuta sola soletta, senza famiglia né parenti che potessero essergli d’aiuto e conforto. Per mia fortuna (o sfortuna ?) molte cose ci legavano, cosicché toccò a me imboccarlo, lavarlo e vegliarlo. Poiché era un uomo intelligente e conosceva il mio punto di vista intorno ai malati, non richiedeva da me che sedessi presso il suo letto a lisciarlo e intrattenerlo con storielle allegre anche in quelle ore in cui non era davvero necessario. Però ero pur sempre costretto a gironzolare nei dintorni in modo che all’occorrenza potesse chiamarmi. Dovendo spendere così il mio tempo, ogni tanto, volente o nolente, spinto dalla noia, leggevo da cima a fondo tutte le riviste, anche perché negli ospedali non si trovano altro che testi tecnici e quelli io proprio non li sopporto e per dirla tutta sono piuttosto duri da digerire. <o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Una mattina, dopo aver dato la prima colazione al mio amico, sedevo e sfogliavo le pagine degli annunci di un quotidiano. Tra le svariate notiziole che m’informavano sulla vendita d’un pentolone nero, del portapacchi d’un motociclo, d’una camera da letto o del fatto che si comprerebbe volentieri un box metallico e un passeggino per bambini, ne capitò una sulla quale dapprima lasciai scivolare gli occhi ma poi vi ritornai sopra e lessi con maggiore attenzione, perché mi pareva contenere un errore di stampa. L’annuncio suonava così:<o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Vendesi collezione. Tramonti.<o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Rivolgersi a… fino alle 19.<o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Dapprincipio pensai che la parola ‘Tramonti’ indicasse l’indirizzo al quale gli acquirenti dovevano rivolgersi. Così come c’è viale dei Tramonti o traversa del Tramonto. Ma in basso, nella seconda riga, c’era scritta un’altra via. Non mi raccapezzavo. Che poteva significare tutto ciò, cos’era mai quella collezione e che c’entravano i tramonti? Lì per lì non ci rimuginai troppo. Strappai l’annuncio e l’infilai nel taschino. Così, come spesso senza riflettere si mettono in tasca pietruzze di forma strana pur sapendo che non ci serviranno mai. Passarono alcuni mesi. Il mio amico e io vivevamo come al solito. Era autunno inoltrato quando una volta, non mi ricordo per quale faccenda, capitai in quel quartiere della città dove si trovava la strada indicata nell’annuncio del giornale. Non avevo bisogno di nessuna collezione, ma decisi di passare per quella strada e per curiosità dare un’occhiata alla casa dove viveva l’inserzionista. <o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Trovai subito la casa. Era una costruzione in legno con profonde fondamenta, più o meno ad altezza d’uomo, murata con grosse pietre. Si vedeva che era un vecchio edificio perché nelle crepe della malta crescevano già erbette e muschi. Nella via c’era un camion in sosta e l’intero tratto tra l’automezzo e la casa era ricoperto con fogli di giornali e vecchie riviste sparpagliate a terra. Quattro uomini con tute grigio scuro si sforzavano di far passare dalla porta un grosso armadio. Li guidava un tizio alto e biondo, più o meno sulla trentina. A furia di gesticolare con le mani, gli svolazzavano i baveri della giacchetta abbottonata. L’uomo sorrideva e scherzava coi facchini.<o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Rimasi lì per qualche minuto osservando il gruppo finché il tipo con la giacca mi vide. Si fece vicino e chiese: <o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>-<SPAN style="mso-tab-count: 1">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; </SPAN>Lei cerca Grikonis ? <o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Io restai interdetto. Non sapevo cosa rispondere perché in verità non conoscevo nessun Grikonis e nemmeno si poteva dire che cercassi davvero qualcuno. L’uomo penetrante e indagatore notò la mia confusione. Macchinalmente infilai la mano nel taschino, estrassi il pezzetto di giornale e glielo mostrai. Gli dette un rapido sguardo e di nuovo mi fissò. <o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>- Aah. Ciò significa che lei é di quelli...<o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Io non avevo la più pallida idea di chi fossero ‘quelli’. <o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>- Per parlare francamente, no - dissi.<o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Ma lui non prestò attenzione alle mie parole e a quanto pare anche dopo mi considerò come uno di ‘quelli’:<o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>- E’ morto una settimana fa. Probabilmente sentiva che sarebbe morto presto e si é affrettato a vendere. Io sono suo figlio - mi tese la mano e io la strinsi.<SPAN style="mso-spacerun: yes">&nbsp;&nbsp;&nbsp; </SPAN>-<SPAN style="mso-spacerun: yes">&nbsp; </SPAN>Ho deciso di vendere la casa e tutti i mobili. Vede, - e mosse la mano verso I facchini - portiamo tutto fuori. <o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Mi prese per il braccio.<o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>- Entriamo. Le farò vedere dov’è sistemata. Gli armadi erano stracolmi e allora abbiamo trasportato tutto in una stanza. Ho in mente di gettarli, perciò abbiamo caricato come capitava. Lui aveva sistemato tutto con molto ordine. Non pensavo che a qualcuno sarebbero servite queste cose. Se le può prendere. Non chiedo nessun compenso. Me ne sarei disfatto comunque. Solo dovrebbe portar via tutto al più presto. Oggi stesso. I suoi pensieri saltellavano, parlava veloce, senza permettere spiegazioni. Di colpo mi strinse il braccio: <o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>- Sa una cosa ? Ci ho pensato. Noi mettiamo tutto in questa macchina, lo trasportiamo a casa sua e scarichiamo. Non abbia paura, ci starà. Nella macchina c’è ancora molto posto. Questo é l’ultimo viaggio. Così faremo più in fretta. - Parlando mi conduceva per le stanze vuote con brandelli di carta giallastra e azzurro cielo attaccati alle pareti. Odoravano di cinnamomo e di ragnatele umide. Sui pavimenti erano ancor chiare le tracce di mobili da poco rimossi. L’uomo aprì una porta su una piccola cameretta con un’ampia finestra:<o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>- Eccoli.<o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Devo dire che quel che allora vidi mi deluse. Senza, in coscienza, aspettarmi nulla, eppure nel profondo del cuore speravo di vedere qualcosa d’interessante. Si, una collezione, fosse pure di etichette, di fiammiferi o di spillini. Ma ciò che era ammonticchiato in quella camera da lontano non ricordava affatto una collezione. C’erano cumuli di scatolette di latta della marmellata, storte e arrugginite, vecchi pacchetti di cartone per surrogato di caffè pieni di macchie, bottigline di vetro nero (su una lessi ‘Inchiostro Pingvin’) e barattoli di vetro ricoperti con carta adesiva scura. Alcuni avevano certe etichette, altri non recavano niente o delle tracce di colla sbruciacchiate a indicare che anche lì c’erano state le etichette. <o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>- Eccoli - ripeté quell’uomo, ritto dietro la mia schiena, guardando la camera oltre le mie spalle. <o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>- Cosa ? <o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>- I tramonti. Ehi, ragazzi! - strillò - caricate anche questa roba! - aprì con delicatezza una delle scatolette e quella, rimbalzando sul pavimento, rotolò verso le altre. A giudicare dal suono doveva essere vuota. <o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Probabilmente il mio viso mostrò delusione, poiché sentii dire:<o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>- Il babbo si lamentava sempre che gli mancavano i contenitori e tutti i vicini allora gli portavano ogni tipo di barattoli che poi gli sono rimasti. i facchini intanto trasportavano le lattine e i barattoli di vetro sul camion e io dovevo starmene lì, in piedi, e ascoltare quello sconosciuto. Quella robaccia occuperà almeno un quarto del mio appartamento. E quanta fatica dovrò ancora fare prima di riportarla tutta fuori di casa; non posso certo permettermi d’ingaggiare dei facchini. <o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>- Mica poco, vero ? disse il biondo con una punta d’orgoglio. - All’inizio collezionava aurore, ma poi, chissà come e perché, s’interessò ai tramonti. Sapete, cominciò ad occuparsi di tutto ciò assai tardi cosicché non poté dedicare molto tempo agli uni e alle altre. L’età non era più quella. Capirete da solo: d’estate il sole sorge molto presto e per una persona anziana non é semplice levarsi all’alba. I tramonti erano più comodi. Comunque per me lei può prendersi tutto. Le aurore sono stipate nello scantinato. Quasi tutte senza etichetta. Ma penso che in un modo o nell’altro occorrerà aiutarla. Per me sarebbe meglio se si prendesse tutto.<o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Mi guardò negli occhi: <o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>- E allora ? <o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Avvertivo sul mio volto un certo rossore ma non riuscivo a farci niente. <o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>- No grazie, - dissi - non é il mio campo.<o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>- Ma come...<o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>I facchini avevano finito il lavoro quando arrivammo presso il camion. Mi sedetti vicino al conduttore per indicare la strada. Il biondo salì in cabina. Dopo un’ora rimasi da solo nel mio appartamento, sovrastato da pezzi di metallo, stracci e barattoli di vetro; bestemmiavo sottovoce e non avevo la minima idea di come utilizzare quel tesoro cadutomi, é il caso di dirlo, dal cielo. Afferrai una di quelle scatolette di latta, la rigirai nelle mani e la gettai di nuovo nel mucchio. Sull’etichetta, a lettere rotonde, uguali e quasi infantili, lessi: ‘Zagare, 1946, Primavera ’. Sollevai la scatoletta e l’agitai. A un tratto mi parve che qualcosa risuonasse all’interno, ma dopo averla agitata ancora per un po', non udii più nulla. Una semplice latta vuota. Mi sorpresi nello specchio con quella scatoletta all’orecchio. Avevo l’aria di un imbecille. <o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Ebbi un sospiro, mi procurai un coltellino, aprii la latta e balzai all’indietro. La stanza fu invasa da una cortina di luce argentea. Le altre cose svanirono. Vidi davanti a me la linea azzurra del cielo e il sole che tramontava. Un luogo straniero, del tutto sconosciuto, illuminato da raggi rossi e color del bronzo. Similmente si riflette la fiamma della stufa sulle stoviglie d’argento. Alcune nuvole di porcellana giallastra, appena visibili all’orizzonte, il disco cremisi del sole nel fondo del cielo. Il cielo, in alto verde com’erba appena spuntata, un po' più in basso color della pera che marcisce, in un gioco di barbagli come i lampi di luce sul bicchiere di cristallo pieno di tè. L’aria pura e tersa, ma avviluppata da una stanchezza appena percettibile. Appena appena. <o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Ecco che il tramonto c’era davvero. Non durò molto, solo qualche minuto finché il sole scomparve. Aprii la latta e la gettai a terra. Rimasi stordito per un po', come chi riprende a fumare dopo tanto tempo. <o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Mezz’ora più tardi, svanita la vertigine, passai in rassegna tutte le altre etichette. Su tutte c’era la data, il nome del luogo e la stagione. Nient’altro. <o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Ne trovai alcune degli anni prima della guerra, tre o quattro degli anni della guerra, ma la maggior parte erano degli ultimi vent’anni. Ricomposi tutto con ordine quanto meglio potei e uscii di casa. Avevo bisogno di camminare e di riflettere con calma. <o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><o:p><FONT color=#000000></FONT></o:p></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Riuscii a passare tutte le scatolette nell’arco di un mese, ma non più di dieci al giorno. La testa mi girava, avevo perso la percezione di chi ero e di dove ero. Dieci era il limite che più di una volta non fui capace di superare. Molto più tardi mi imposi una regola: non aprire più di tre scatole nello stesso giorno. Ma ciò avvenne molto tempo dopo. Allora invece io ero come un folle. Come quell’uomo che nel deserto era quasi morto dalla sete e ora beve credendo che l’acqua non finirà mai. Non riuscivo a capire come avessi fatto prima a non notare i tramonti. E ancora: quell’uomo, Grikonis, che aveva messo insieme la collezione era costantemente con me. Io lo conoscevo così come conosco me stesso. Sebbene fosse morto e sepolto, tra noi si stese un resistente filo d’oro. Molto più resistente di qualunque altro che mi legasse a chicchessia. Ricavavo informazioni su di lui da come aveva selezionato i tramonti, con quali colori, linee e stati d’animo. Alcuni tramonti non mi piacevano affatto, altri così così, di altri ancora ero affascinato come da vere opere d’arte. E tutto questo mi faceva conoscere Grikonis. Fino ad allora non avevo mai immaginato che d’un uomo si può dire ciò che é dai tramonti che preferisce. Senza conoscerne i dettagli, potevo sperimentare la solitudine di quell’uomo come fosse la mia propria (io quella sensazione non l’avevo mai provata), riuscivo a esperire i sentimenti e le preoccupazioni dalle quali egli da tempo si era liberato per sempre.<o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Talvolta guardavo e riguardavo lo stesso tramonto, finché percepivo cosa rodeva i pensieri di Grikonis quando anch’egli lo contemplava. Non c’erano tramonti casuali. Ognuno possedeva un significato, solo che bisognava saperlo cogliere. Col tempo selezionai una ventina di tramonti che guardavo e riguardavo ogni volta scoprendo sempre nuovi stati d’animo e sensazioni. Gli altri li guardavo solo di tanto in tanto, se mi restava qualcosa di oscuro in uno dei venti. Il mondo acquistava per me nuove e mai viste profondità e dimensioni. Un giorno viaggiavo verso quella casa dove tutto aveva avuto inizio colla segreta speranza di riuscire a trovare anche le aurore. Da tempo nessuno aveva più aperto la porta. Io mi stavo già rallegrando del fatto che il luogo fosse disabitato perché così sarei riuscito nel mio intento. Ma la porta si aprì e apparve il volto raggrinzito e ingenuo di una vecchina. Dissi di essere un amico dell’ex proprietario della casa e mi informai su dov’era sepolto. Ma la vecchina l’ignorava. Allora chiesi dove abitava il figlio. Ma non seppe dirmi nemmeno questo. Mentre perdevo la speranza di trovare qualcosa, accennai alle aurore. <o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>- Quali aurore ? si spaventò la vecchietta.<o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>- Sa... nelle latte. Devono essere nello scantinato.<o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>-<SPAN style="mso-tab-count: 1">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; </SPAN>Aurore nelle latte? Nello scantinato? Lei é pazzo ! -<o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>La vecchina mi sbatté la porta in faccia e sentii che strillava dentro: <o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>-<SPAN style="mso-tab-count: 1">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; </SPAN>Prendersi gioco di una donna anziana! No! Chiamerò la polizia! Non finirà così! Mi hanno avvelenato il gatto e ora si burlano di me! Mi vogliono buttare fuori di casa! La vedremo! Porterò tutto in tribunale ! <o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>E così via... Non indugiai oltre. Tentai d’ottenere qualche informazione dal custode del cimitero, ma anche questi non sapeva niente. ‘Ne seppelliamo tanti. Come si fa a ricordarseli tutti?’, e basta. <o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><o:p><FONT color=#000000>&nbsp;</FONT></o:p></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Col tempo cominciò a non bastarmi più quello che possedevo. Volevo avere qualcosa di mio. Con sempre crescente insistenza ci rimuginavo su, finché, senza neanche accorgermene, presi la decisione. Riempii la valigia di scatolette vuote del tè, presi alcuni giorni di ferie non pagate e viaggiai nei posti dove immaginavo vi fossero i tramonti più belli. Anche se non c’ero mai stato prima d’allora, scelsi la zona dei laghi nel sud della Lituania. Quei posti mi attiravano già da tempo. Per tre giorni fu nuvoloso, ma il terzo già dall’alba si mostrò niente male e così mi preparai per il sud. Devo confessare che avevo molta paura di non riuscire. E infatti le prime prove non furono buone, ma compresi presto dov’era il mio errore. Non occorre semplicemente guardare il sole che cala. Bisogna invece VIVERE quella visione. Concentrare in uno - nel tramonto - tutti i propri sentimenti e pensieri. Qui é nascosto tutto il segreto perché non si può sentire così ogni tramonto. Un’altra difficoltà é che in un giorno si può vedere un solo tramonto. Esso non si ripeterà più una seconda volta.<SPAN style="mso-spacerun: yes">&nbsp; </SPAN>Perciò<SPAN style="mso-spacerun: yes">&nbsp; </SPAN>qui non<SPAN style="mso-spacerun: yes">&nbsp; </SPAN>può<SPAN style="mso-spacerun: yes">&nbsp; </SPAN>esserci<SPAN style="mso-spacerun: yes">&nbsp; </SPAN>alcun<SPAN style="mso-spacerun: yes">&nbsp; </SPAN>tentativo. O ti<SPAN style="mso-spacerun: yes">&nbsp; </SPAN>riesce<SPAN style="mso-spacerun: yes">&nbsp; </SPAN>oppure<SPAN style="mso-spacerun: yes">&nbsp; </SPAN>no. E basta. <o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Da quei giorni sono passati quindici anni, e posso dire che la mia speranza é stata soddisfatta. Anno su anno ho accumulato la mia raccolta, ogni giorno libero sono andato in cerca di tramonti. Ho selezionato, lasciando fuori o recuperando una cosa o l’altra, finché la mia collezione personale é diventata anch’essa bella, ordinata e compatta. Si può dire che sono diventato un virtuoso di quest’insolito genere di cose. Appena sbircio un tramonto so subito quanto vale e se si addice o no alla mia collezione. <o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Ecco, sono già due anni che sono in pensione e allora, lo capite da soli, non é più oltre le montagne il mio tramonto, che vedrei solo una volta senza poterlo inserire nella collezione. Adesso io viaggio di continuo per il paese, con ogni mezzo di trasporto e anche a piedi. In alcuni posti mi conoscono già e i ragazzini si offrono di portarmi le scatolette. Loro non sanno perché sono sempre qui, cosa mi spinge in questi paraggi, ma forse un giorno glielo spiegherò. Forse spiegherò e racconterò tutto ciò che so sui tramonti e sul mondo. E’ ogni volta più faticoso camminare col carico dei miei tramonti e non c’è paragone con quegli accalappiatopi, detti gli ‘ungari’, che tempi addietro andavano per i villaggi. Ogni giorno é più dura. Non é da escludere che anche a me verrà il desiderio di vendere a qualcuno la mia collezione, sebbene preferirei donarla a una persona adatta. Non meravigliatevi perciò quando vi capiterà di vedere su un giornale questo piccolo annuncio: <o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Vendesi collezione. - Tramonti.<o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Quello sarò io.<o:p></o:p></FONT></SPAN></P>]]></description>
      <!--<author>labandadelbuko</author>!-->
      <category domain="http://labandadelbuko.ilcannocchiale.it/?id_blogrub=7246"><![CDATA[ex libris]]>
	  </category>
      <pubDate>Thu, 22 Jun 2006 08:01:06 GMT</pubDate>
      </item>
    
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      <title><![CDATA[schegge (127) ]]></title>
      <description><![CDATA[<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN class=text><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>“Il mistero dell’Eucaristia costituisce il tesoro della Chiesa” ha detto Benedetto XVI. Puzza di imbroglio: come quando da bambini provavano a convincerci che il grasso del prosciutto fosse <I style="mso-bidi-font-style: normal">il più buono</I>.<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" /><o:p></o:p></FONT></SPAN></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Nokia e Siemens hanno deciso di fondere le loro attività e di far nascere così il terzo gruppo mondiale nelle telecomunicazioni. Niente di buono, mi sembra. La Siemens, ai tempi della Germania nazista, era famosa per lo sfruttamento disumano della manodopera e per aver finanziato, insieme a Deutsche Bank, abbondanti capitali per la costruzione di Auschwitz e di 47 sottocampi. Le prospettive della fusione? Nuovi forni crematori. Ma, con un design più elegante.<o:p></o:p></FONT></SPAN></P>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Vittorio Emanuele. Ecco cosa succede a sposarsi tra consanguinei.</FONT></SPAN></P>]]></description>
      <!--<author>labandadelbuko</author>!-->
      <category domain="http://labandadelbuko.ilcannocchiale.it/?id_blogrub=23179"><![CDATA[schegge]]>
	  </category>
      <pubDate>Mon, 19 Jun 2006 08:24:07 GMT</pubDate>
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      <title><![CDATA[I barbari (9) - Alessandro Baricco]]></title>
      <description><![CDATA[<SPAN class=text><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA"><FONT color=#000000>Ancora una cosa sul calcio. So che sarà una puntata un po' tecnica, per cui mi scuso con quelli che non masticano football: se vogliono, possono saltare. Per gli altri, ecco la cosa che trovo interessante: l'idea di spettacolarità che il calcio ha scelto negli ultimi anni, più o meno da quando si è percepita una certa mutazione barbarica. Naturalmente buona parte di quella idea di spettacolarità c'entra con le tecniche di racconto, con la televisione, le riprese, il tipo di commento, la scrittura sportiva sui giornali, ecc., ecc: ma è una cosa che c'entra anche con la natura stessa del gioco, con la sua tecnica, con il suo tipo di organizzazione.</FONT></SPAN></SPAN><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA"><BR><FONT color=#000000><SPAN class=text>Per quello che importa a noi, la domanda è: se ai barbari è necessaria una spettacolarizzazione del gesto, come mai sono arrivati all'assurdo di eliminare proprio il punto più spettacolare dei quel gioco, cioè il talento individuale, o addirittura il marchio dell'artista, e cioè del numero 10? Perché vanno a colpire proprio il punto in cui quel gesto sembra assumere la sua dimensione più alta, più nobile, più artistica? Non è una domanda solo calcistica, perché, come oramai incomincerete a capire, è un fenomeno che possiamo trovare in quasi tutti i villaggi saccheggiati dai barbari. Vanno dritti dove è il cuore più alto della faccenda, e distruggono. Perché? E soprattutto: cosa ci guadagnano da un simile sacrificio? O è violenza stupida, pura e semplice? Nel caso del calcio può essere utile, di nuovo, fermarsi a vedere una vecchia foto in bianco e nero. Giusto un'occhiata, ma vedrete che serve.</SPAN><BR><SPAN class=text>Quando io ho iniziato a giocare a pallone erano gli anni sessanta e Moggi e Sky non c'erano ancora. Ero l'unico che non avesse le scarpette da pallone (non eravamo poveri, ma eravamo cattolici di sinistra), per cui giocavo con gli scarponicini da montagna legati alla caviglia: per questo, e secondo una logica stringente, i grandi decisero che dovevo giocare in difesa. Ai tempi ero dell'idea che la vita fosse un compito da assolvere, non una festa da inventare, e quindi mi attenni per anni a quell'indicazione di massima, crescendo con la testa di un difensore e scalando le categorie calcistiche con sulla schiena il numero 3. Era, allora, un numero completamente privo di poesia, ma alludeva a una disciplina rocciosa e imperturbabile. Corrispondeva più o meno all'idea, imperfetta, che mi ero fatto di me.</SPAN><BR><SPAN class=text>In quel calcio il difensore difendeva. Era un tipo di gioco in cui se avevi sulla schiena il numero 3 potevi giocare decine di partite senza mai passare la linea di centrocampo. Non era richiesto. Se la palla era di là, tu aspettavi di qua, e rifiatavi. La cosa ti dava una strana percezione della partita. Io, per anni, ho visto le mie squadre fare gol lontani e vagamente misteriosi: erano cose che accadevano laggiù, in una parte del campo che non conoscevo e che, ai miei occhi di terzino, replicava l'aura leggendaria di una località balneare, oltre le montagne: donne e gamberoni. Quando si faceva gol, laggiù si abbracciavano, questo me lo ricordo bene. Per anni li ho visti abbracciarsi, da lontano. Ogni tanto mi è anche successo di farmi tutto il campo per raggiungerli, e abbracciarmi anch'io, ma non funzionava tanto: arrivavi sempre un po' dopo, quando la parte proprio svergognata era già finita: ed era come ubriacarsi quando gli altri stanno già tornando a casa. Così, la maggior parte delle volte, rimanevo al mio posto: ci si scambiava un'occhiata sobria, tra difensori. Il portiere, quello era sempre un po' matto: se la cavava da solo.</SPAN><BR><SPAN class=text>Ai tempi si marcava a uomo. Questo significa che per tutta la partita giocavi appiccicato a un giocatore avversario. L'unica cosa che ti era richiesta era: annullarlo. Questo imperativo portava a intimità quasi imbarazzanti. Era un calcio semplice, per cui io, che avevo il numero 3, marcavo il loro numero 7: e i numeri 7 erano, in fondo, tutti uguali. Magretti, gambe storte, veloci, un po' anarchici, casinisti pazzeschi. Parlavano molto, litigavano con tutti, si assentavano per decine di minuti, come presi da improvvise depressioni, e poi ti fregavano come serpenti, guizzando con una vitalità improvvisa che aveva l'aria del sussulto del morente. Dopo un quarto d'ora sapevi già tutto di loro: come fintavano, quanto odiavano il centravanti, se avevano problemi al ginocchio, che mestiere facevano e che deodorante usavano (certi micidiali Rexona). Il resto era una partita a scacchi in cui lui teneva i bianchi. Lui inventava, tu distruggevi. Per quanto mi riguarda, il massimo del risultato era vederlo uscire espulso per proteste, ormai in piena crisi di nervi, coi suoi compagni che lo mandavano in mona. Mi piaceva molto quando, uscendo, annunciava, gridando, che lui in quella squadra non avrebbe giocato mai più: lì avevo il senso di un lavoro ben fatto.</SPAN><BR><SPAN class=text>Non c'erano ripartenze, non c'erano raddoppi, non si faceva il fuorigioco, non si andava sul fondo a crossare, non si faceva la diagonale. Quando prendevi palla cercavi il primo centrocampista disponibile e gliela davi: come il cuoco che passa il piatto al cameriere. Che facesse lui. Buttarla in fallo laterale andava benissimo (ti applaudivano!), e quando proprio eri in difficoltà la passavi indietro al portiere. Era tutto lì. Mi piaceva.</SPAN><BR><SPAN class=text>Poi le cose cambiarono. Iniziarono ad arrivare dei numeri 7 che non parlavano, non entravano in depressione, ma in compenso se ne stavano indietro, ad aspettare. Non mi era chiaro cosa. Forse me, mi dissi. E fu lì che passai la metà campo. Le prime volte era una cosa strana: dalla panchina tutti iniziavano ad urlarti "Torna! Copri!" però intanto tu eri già lì a respirare quell'aria frizzante, e quindi tornavi, ma come la domenica sera dal mare, di malavoglia, e ogni volta ci rimanevi un po' di più. Arrivai a vedere in faccia il portiere avversario (mai successo prima) e mi capitò perfino di ricevere palla dal nostro numero 10, un fuoriclasse fighetto che avevo sempre visto giocare da lontano: guardò proprio me e me la passò, con l'aria di un Garcìa Màrquez che mi porgeva il suo taccuino degli appunti dicendomi Tiemmelo un attimo che vado a pisciare. Erano esperienze.</SPAN><BR><SPAN class=text>Quando arrivò la zona trovai il modo di farmi abbastanza male da avere una buona ragione per smettere. Non che non mi andasse quella faccenda di capire, ogni volta, chi dovevo marcare, ma ero cresciuto con una testa diversa, antica, e tutto quel mare di possibilità e di lavori diversi da fare mi sembrava una bella cosa immaginata per altri (oggi, è esattamente quel che penso della civiltà barbara). Mi seccava giocare in linea, trovavo orrendo fare un passo avanti per mettere in fuorigioco l'attaccante, ed era fastidioso fare la diagonale per andare a spianare uno che non avevi nemmeno mai incrociato prima.</SPAN><BR><SPAN class=text>Mi mancava anche quella bella sensazione di vedere sempre, con la coda dell'occhio, dietro di me, la sagoma lenta e paterna del libero. E credo che mi mancasse molto tutto quel tempo passato addosso al numero 7, mentre la palla era lontana: si parlava, si facevano falletti intimidatori, si scattava a vuoto, come cavalli scemi. Ogni tanto lui passava a sinistra, a cercare aria: si vedeva che non era casa sua, ma lo faceva nella speranza di togliersi di dosso il suo mastino personale. Mi piacevano i suoi occhi, quando ti rivedeva lì, serafico e ineluttabile. Allora se ne tornava a destra, come quelli che han messo su una gastronomia, in centro, ma poi tanto la miseria non li mollava, e allora ritornavano al paese.</SPAN><BR><SPAN class=text>Era quel calcio lì. Non ha più smesso di mancarmi.</SPAN><BR><SPAN class=text>Perché vi infliggo le mie foto in bianco e nero? Perché se volete capire cosa ci guadagnano i barbari a eliminare Baggio, dovete capire con che cosa lo sostituiscono. Nel calcio, per chi ne capisce qualcosa, questo è inscritto molto chiaramente. Se rinunci a Baggio è perché ti sei immaginato un sistema di gioco meno bloccato, in cui la grandezza del singolo è per così dire ridistribuita su tutti, e in cui l'intensità dello spettacolo è diffusa. Nei limiti di un gioco di squadra, il vecchio calcio viveva di molti duelli personali, e di una sostanziale divisione dei compiti. Il calcio moderno sembra essersi intestardito a spezzare questa parcellizzazione di senso, creando un solo evento a cui tutti, costantemente, partecipano. Nel difensore che attacca, come nell'attaccante che copre, sale in superficie un'utopia di mondo in cui tutti fanno tutto e in qualsiasi parte del campo. Forse nulla può restituire un simile modo di pensare come la bella espressione coniata dagli olandesi negli anni settanta: il calcio totale. Se volete avvicinarvi al cuore della logica barbara, tenete stretta questa idea: calcio totale. Chi si ricorda il brivido di piacere che, ai tempi, Cruyff e compagni trasmettevano allo spettatore (come la liberazione da un calcio ottuso e bloccato), può forse incominciare a intuire qual è la libidine che motiva la furia distruttrice dei barbari. Da qualche parte, tengono in serbo il brivido di una vita totale.</SPAN><BR><SPAN class=text>Naturalmente, non ottenevi il calcio totale con gente come Burgnich, e nemmeno, spiace dirlo, con gente come Rivera o Riva. Se volevi quell'utopia, una mutazione era necessaria. Se tutti devono fare tutto, è difficile che tutti riescano a fare tutto benissimo: ed ecco la famosa tendenza alla medietà, tipica delle mutazioni barbare. La medietà è deprimente, per noi, ma non lo è per i barbari, per una ragione ben precisa, e calcisticamente verificabile: la medietà è una struttura senza spigoli in cui può passare un maggior numero di gesti. Zambrotta non difenderà bene come Burgnich, ma quante cose fa, in più? Quante possibilità in più genera all'interno di un gioco che in quanto a regole non è nemmeno cambiato un granché? Lo vedete il fattore di moltiplicazione? La regressione di una capacità genera una moltiplicazione di possibilità. Ancora uno sforzo: perché queste possibilità diventino reali, è necessaria ancora una cosa: la velocità. Per fare accadere tutto in qualsiasi parte del campo, devi correre veloce, giocare veloce, pensare veloce. La medietà è veloce. Il genio è lento. Nella medietà il sistema trova una circolazione rapida delle idee e dei gesti: nel genio, nella profondità dell'individuo più nobile, quel ritmo è spezzato. Un cervello semplice trasmette messsaggi più velocemente, un cervello complesso li rallenta. Zambrotta fa girare la palla, Baggio la fa sparire. Magari ti incanta, certo, ma è il sistema che deve vivere, non lui.</SPAN><BR><SPAN class=text>Quando i barbari pensano alla spettacolarità, pensano a un gioco veloce in cui tutti giocano simultaneamente tritando un numero di possibilità più alto possibile. Se per ottenere questo devono mettere in panchina Baggio lo fanno, e in questo è inscritto un verdetto che troveremo in tutti i villaggi saccheggiati: un sistema è vivo quando il senso è presente ovunque e in maniera dinamica: se il senso è localizzato, e immobile, il sistema muore.</SPAN><BR><SPAN class=text>Smarriti? Non preoccupatevi. Il calcio serve solo ad annusare le cose, ad averne una prima confusa intuizione. Verrà il momento di capirle meglio. Una o due puntate sulla civiltà letteraria e poi ci siamo. (D'altronde questo è un libro, cioè è Burgnich, gioca ancora lento, marca a uomo, e non fa il fuorigioco. Se volete Zambrotta, c'è tutto il resto del giornale, che gioca così).</SPAN></FONT></SPAN>]]></description>
      <!--<author>labandadelbuko</author>!-->
      <category domain="http://labandadelbuko.ilcannocchiale.it/?id_blogrub=7243"><![CDATA[Diario]]>
	  </category>
      <pubDate>Thu, 15 Jun 2006 08:20:53 GMT</pubDate>
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      <title><![CDATA[I barbari (8) - Alessandro Baricco ]]></title>
      <description><![CDATA[<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN class=text><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Chissà se si riesce a parlare di calcio italiano senza citare Moggi (già fatto, quindi la risposta è no). Anche quello è un villaggio sotto l'assedio dei barbari. Nel senso che è diffusa l'impressione che anche lì si sia smarrito lo spirito vero della faccenda, il suo tratto più nobile, se vogliamo: l'anima. E' vero, o se la raccontano? Probabilmente tutt'e due. La nostalgia per il calcio di un tempo (non è mai chiaro, peraltro, quale sia 'sto tempo) è una nostalgia per cose diversissime; la partita solo alla domenica, le maglie con i numeri dall'1 all'11, senza sponsor e sempre uguali, uomini veri alla Nereo Rosso, gentiluomini come Bagoli ("questo non più un calcio per lui" è diventato il suo secondo cognome: adesso è nel ramo alberghi), giocatori senza procuratori e senza veline, allenmatori che permettevano alla classe individuale di venire fuori, stadi meno vuoti e calendari meno fitti, Coppa dei Campioni e non Champions League, la sparizione dei giocatori-bandiera (sopravvive giusto Maldini), Brera come scriveva, curve senza striscioni nazisti o falci e martelli, meno doping e più fame, meno schemi e più talento, meno soldi e più maroni. Sintetizzo, ma più o meno è così...Aggiungerei: più pulizia, morale e umana.</FONT></SPAN></SPAN><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><BR><FONT color=#000000><SPAN class=text>E' possibile che abbiano ragione (sempre attenendosi all'Italia: altrove può essere diverso). Per me l'immagine sintentica più forte è Baggio in panchina. Nel senso: quando uno sport, per un sacco di ragioni, si rigira in un modo per cui diventa sensato non far scendere in campo il suo punto più alto (il talento, l'artista, l'eccezionalità, l'irrazionale), allora qualcosa è successo. Che sport sarebbe un tennis in cui McEnroe non entra nei primi 100? Nella tristezza dei numeri dieci seduti in panca il calcio racconta una mutazione apparentemente suicida.</SPAN><BR><SPAN class=text>In genere si fa risalire una simile catastrofe a un fenomeno ben preciso: l'avvento della televisione digitale e quindi l'allargamento radicale dei mercati e quindi l'entrata in circolo di grandi quantità di denaro. In sè la cosa non è sbagliata: ma, come ho spiegato, bisognerebbe riuscire a vedere l'intero animale in movimento. Baggio in panchina è la coda che sbatte. Il calcio di Sky sono le zampe anteriori che mulinano nell'aria. Ma l'intero animale? Riuscite a vederlo? Proviamo usando quello che abbiamo imparato dal vino. <I>Complice una precisa innovazione tecnologia, un gruppo umano sostanzialmente allineato al modello culturale imperiale, accede a un gesto che gli era precluso, lo riporta istintivamente a una spettacolarità più immediata e a un universo linguistico moderno, e ottiene così di dargli un successo commerciale stupefacente.</I> Proviamo: con l'invenzione della televisione digitale, uno sport che era stato di pochi ricconi e della televisione di Stato, finisce nelle mani di privati che, seguendo il modello dello sport americano, ne accentuano il tratto spettacolare, lo allineano alle regole del linguaggio moderno per eccellenza, quello televisivo, e in questo modo ottengono di spalancare il mercato, e di moltiplicare i consumi. Risultato apparente: il calcio perde l'anima. Che ne dite? Mi pare che più meno regga. È una buona notizia.</SPAN><BR><SPAN class=text>Incominciamo ad avere strumenti di lettura vagamente affidabili. Incominciamo a poter mettere a fuoco, abbastanza velocemente, l'animale intero in movimento. Posso aiutarvi in questa impresa, posando per un attimo, accanto all'animale, una vecchia foto in bianco e nero?</SPAN><BR><SPAN class=text>Fedele al dettato leopardiano, la domenica sera, nelle nostre case di bambini torinesi/cattolici/borghesi, era un momento di composta tragedia. La vestizione del pigiama, anticipata alle ore del crepuscolo come a voler tagliare di netto qualsiasi discussione sul possibile prolungamento del giorno di festa, immetteva in una specie di liturgia della mestizia nella quale ci si mondava dagli eventuali divertimenti domenicali, ritrovando quella disperazione di fondo senza la quale, era convinzione sabauda, nessuna reale etica del lavoro poteva fiorire, e dunque nessun lunedì mattina era affrontabile. In questa lieta cornice, molti di noi, alle sette di sera, accendevano il televisore, perché c'era la partita. Si noti il singolare. Era effettivamente una partita sola, anzi mezza: ne trasmettevano un tempo, in registrata, prima del telegiornale. Nessuno mai era riuscito a capire con che criterio la scegliessero. Circolava però la voce che la Juve avesse un trattamento di favore. E il Toro, per dire, non c'era quasi mai. Alle volte sceglievano partite finite 0 a 0, e questo ci suggeriva l'idea di un Potere dalle logiche imperscrutabili, e dalla sapienza fuori dalla nostra portata.</SPAN><BR><SPAN class=text>Naturalmente la partita era in bianco e nero (alcuni, in un commovente balzo in avanti tecnologico, avevano uno schermo che in basso era verde e in alto, non mi è chiaro perché, viola). Le riprese erano notarili, documentaristiche, sovietiche. Il commento era impersonale e di tipo medico: ma non gli era esente un tratto di follìa che ci avrebbe segnato per sempre. Dato che la partita non era in diretta, il commentatore sapeva benissimo cosa stava succedendo, ma faceva finta di non saperlo. Forse storditi dal crescente odore di minestrina che veniva dalla cucina, noi lo lasciavamo fare, a poco a poco rimuovendo l'assurdità umiliante della situazione. Succedeva allora che d'improvviso, senza nessun avvertimento, arrivato alla fine del tempo e pressato dal telegiornale incombente, il commentatore, senza nemmeno cambiare tono di voce, mandasse in pezzi l'intero nostro sistema mentale, facendo scivolare frasi del tipo: "La partita si è poi conclusa sul 2 a 1, grazie a un goal di Anastasi marcato al 23esimo del secondo tempo". D'improvviso sapeva tutto! E usava il tempo passato per dire il futuro! Era assurdo, e mortificante: ma noi, ogni domenica, tornavamo lì davanti, a farci violentare.</SPAN><BR><SPAN class=text>Perché eravamo cervelli semplici. E quello era tutto il calcio che vedevamo in una settimana. Alle volte, alcuni fortunati beccavano qualche partita sulla televisione svizzera. Si favoleggiava di Capodistria, ma non c'era niente di sicuro. E allo stadio si andava, certo, ma quante volte? Era un mondo frugale, quanto a emozioni ed esperienze. L'animale calcio ci sembrava splendido, e forse lo era davvero. Certo però che lo si vedeva poco: e quasi sempre fermo, lontano, su una collina, bello di una bellezza quasi sacerdotale. Era il calcio con cui siamo cresciuti. Crescevamo lenti, allora.</SPAN><BR><SPAN class=text>Se vado a ripescare la mia domenica sera adolescenziale e torinese è perché mi aiuta a mettere a fuoco un'altra mossa dell'animale, una mossa che la storia del vino non mi aveva fatto riconoscere, e che invece il calcio insegna chiaramente: tendenzialmente, i barbari vanno a colpire la sacralità dei gesti che aggrediscono, sostituendola con un consumo in apparenza più laico. Direi così: smontano il totem e lo disseminano nel campo dell'esperienza, disperdendone la sacralità. Esempio tipico: la partita della domenica, che adesso è anche il lunedì, il venerdì, il giovedì, in diretta, registrata, solo le azioni importanti, dovunque.</SPAN><BR><SPAN class=text>Il rito è moltiplicato, e il sacro è diluito. (Non è lo stesso per il vino che si può bere quando vuoi senza tanto scaraffare, abbinare, degustare, e tutte quelle cerimonie lì?). Ci potremmo addirittura chiedere se quando parliamo di perdita dell'anima, non stiamo in realtà rimpiangendo soprattutto quella perduta sacralità dei gesti: ci manca il totem. Eppure siamo una civiltà abbastanza laica, e sappiamo benissimo che qualsiasi passo in avanti nella laicità rimette in movimento il mondo e libera energie formidabili. Ma ci manca il totem. Ai barbari no. Loro il sacro lo smantellano. Sarà un bel momento quando capiremo con cosa lo sostituiscono (accadrà, siate pazienti).</SPAN><BR><SPAN class=text>Per adesso, vorrei che metteste da parte questa nuova acquisizione (lo smantellamento del sacro) e mi seguiste, per una puntata ancora, nel mondo del calcio. C'è una cosa ancora da capire, lì dentro. Ha a che vedere con la spettacolarità.<!-- fine TESTO --></SPAN></FONT></SPAN></P>]]></description>
      <!--<author>labandadelbuko</author>!-->
      <category domain="http://labandadelbuko.ilcannocchiale.it/?id_blogrub=7246"><![CDATA[ex libris]]>
	  </category>
      <pubDate>Thu, 08 Jun 2006 08:40:28 GMT</pubDate>
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      <title><![CDATA[Donna - Erri De Luca]]></title>
      <description><![CDATA[<IMG alt="" src="http://www.ilcannocchiale.it/blogs/bloggerarchimg/labandadelbuko/richard-avedon.jpg" border=0><BR>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>Singolare femminile, donna, una alla volta. Mi è capitato di amarne una alla volta, ma niente meno di questo. Ho bisogno che ci sia un innesco di amore, questa fantasia di ammore con due “emme”, come si dice a Napoli, non un’attrazione fisica e basta. Donna, creatura completamente diversa. Io non ci capisco niente, ma non è importante capirsi, solo l’alleanza è importante, la possibilità di stabilire un’alleanza tra maschio e femmina. La scena gigantesca dell’imbarco degli animali sull’arca di Noé è un imbarco muto, non ci sono cuccioli, la vita è stata cancellata ancor prima di essere imbarcata, esistono solo esemplari adulti, la coppia maschio-femmina che poi ripopolerà il mondo successivo e che è l’alleanza più forte che esista, più forte di quella tra madre e figli. Due estranei più o meno coetanei che non vengono dalla stessa famiglia, che non si conoscono e che si scelgono, stabiliscono alleanza e futuro.<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" /><o:p></o:p></FONT></SPAN></P>]]></description>
      <!--<author>labandadelbuko</author>!-->
      <category domain="http://labandadelbuko.ilcannocchiale.it/?id_blogrub=7246"><![CDATA[ex libris]]>
	  </category>
      <pubDate>Wed, 07 Jun 2006 10:46:34 GMT</pubDate>
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      <title><![CDATA[formicaio - perché la formica è saggezza (16) ]]></title>
      <description><![CDATA[<IMG alt="" src="http://www.ilcannocchiale.it/blogs/bloggerarchimg/labandadelbuko/im_hautedeftendance3.jpg" border=0><BR>
<P class=MsoNormal style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt" align=center><SPAN style="FONT-SIZE: 10pt; FONT-FAMILY: 'Courier New'"><FONT color=#000000>“La realtà non è mai come sembra”.<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" /><o:p></o:p></FONT></SPAN></P>]]></description>
      <!--<author>labandadelbuko</author>!-->
      <category domain="http://labandadelbuko.ilcannocchiale.it/?id_blogrub=33908"><![CDATA[formicaio]]>
	  </category>
      <pubDate>Fri, 02 Jun 2006 14:41:15 GMT</pubDate>
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